Collebeato, Concesio e Villa Carcina: il triangolo bresciano delle pesche
Le testimonianze raccolte fra gli operatori più anziani in Valle Trompia fanno coincidere l'epoca di diffusione e di coltivazione a livello imprenditoriale con quanto è avvenuto in altre zone a più grande tradizione. I ricordi più remoti risalgono ai primi anni del Novecento (1910-1915) quando alcuni agricoltori iniziarono a coltivare con sistemi specialistici che prendevano le distanze dalla vecchia concezione del "prato arborato" in cui il bene principale era il foraggio mentre le piante, le cui produzioni servivano essenzialmente per la sussistenza familiare, venivano impiegate esclusivamente quali tutori della vite.
Per alcuni agricoltori di Concesio è ancora nitido il ricordo di un certo Pietro Sorlini che, nel 1910, piantò nelle vicinanze della via omonima il primo pescheto triumplino di cui si abbia conoscenza. A Villa Carcina, a partire dal primo dopoguerra, Antonio Cancarini mise a dimora le prime varietà californiane: J. H. Hale, May Flower, Fay Elberta.
A Collebeato, il territorio che più direttamente ed intensivamente è interessato dalla coltura del pesco, l'immediato primo dopoguerra è foriero di novità, sulla scia di quanto stava compiendo un illuminato possidente bresciano: il cav. Filippo Rovetta. Questi, già nel 1919, aveva dato il via all'importazione di una varietà canadese di pesco, impiantando un piccolo pescheto modello, subito esteso ad altri appezzamenti ed imitato, a partire dai primissimi anni Venti del Novecento anche dalle fattorie di proprietà degli Spedali Civili di Brescia.
Una scelta che molti ritennero azzardata, ma che si innesta sia sui precedenti tentativi compiuti a fine Ottocento, sia sulla intuizione che la trasformazione razionale della coltivazione promiscua dei peschi in veri e propri frutteti specializzati poteva davvero dare i suoi migliori frutti all'economia locale. A coltivare pesche a Collebeato, in quegli anni, erano infatti già alcuni piccoli agricoltori, mezzadri soprattutto, che utilizzando i peschi come sostegni vivi dei filari, potevano garantirsi un introito minimo ma con relativa, scarsa fatica; una coltura complementare seppur importante nel delicato equilibrio che permetteva di sbarcare il lunario a centinaia di famiglie contadine.
Il nome di Collebeato è, al tempo, già entrato a far parte dell'immaginario collettivo popolare bresciano come sinonimo di pesca. Le importazioni di piante da parte del Rovetta si aggiungevano alle "pesche nostrane" del paese, coltivate a "pieno vento", dalle forme prorompenti e sane, anche se da consumare solo in giornata ed in loco per la delicatezza del frutto (e l'inadeguatezza di ogni infrastruttura logistico-commerciale). Una situazione da cui derivava la scarsa importanza economica del raccolto, aggravata dalla malattia della "bolla" "taphryna deformans" che nel 1908 ridusse praticamente a zero la frutticoltura locale, ma sufficiente a far immedesimare al Rovetta ed all'agente dell'Ospedale le parti di coraggiosi continuatori di una orgogliosa tradizione.
Fra il 1920 e gli anni immediatamente successivi il pesco trova nuovi spazi ed attenzioni anche fra gli altri proprietari terrieri di Collebeato, in modalità ben diverse dalla semplice raccolta dagli alberi sparsi nei vigneti. Contadini e fattori che hanno in diretta coltivazione scampoli di terreni, abbandonano la coltivazione dei grani o delle viti per "buttarsi" sul nuovo prodotto. Singolare è per esempio la volontà del fattore dell'azienda ospedaliera detta Sorelli che sui 3,5 più del fondo Corbellino, goduto personalmente in economia staccata dagli altri possedimenti, confinante con il primo grande pescheto dell'azienda Sorelli, decide nel 1924 di procedere all'impianto intensivo "a filari di peschi americani, da irrigare col vaso Cobiada in turno settimanale", spendendo la bellezza di circa 4.000 lire per questo "razionale nuovo impianto", irrigato con le acque della roggia portante quell'antico nome di "Cobiada" .
Una strada verso nuove produzioni, tentata successivamente - come vedremo - anche da altri, tanto che, per esempio, nella Collebeato annotata sugli almanacchi bresciani del tempo per "vini ricercatissimi e specialità di pesche", risultano nella seconda metà degli anni Venti i nuovi produttori e commercianti "di pesche per esportazione": accanto all'Ospedale Civile e al cav. Filippo Rovetta, si segnalano le proprietà "Ferrari prof. Paola e Quaglieni Sorelle", queste ultime già venditrici (immaginiamo pentite) a Carlo Sorelli di alcuni terreni incolti, ora divenuti fiorenti pescheti dell'Ospedale.
L'azienda dell'ospedale registra i primi dati statistici circa le coltivazioni introdotte e razionalizzate: nel 1924 nei poderi ex Sorelli si raccolgono 145,5 quintali di pesche e si producono 1.854 hl di vino; ai Campiani 6 quintali di pesche e 460 hl di vino; ai Campianelli 16 quintali di pesche e 995 hl di vino; a Santo Stefano 12 quintali di pesche e 865 hl di vino: un divario fra quantità di pesche e di vino prodotti che si ridurrà in brevissimo tempo, mentre la percentuale di pesche prodotte crescerà ancora più rapidamente.
Una decisione agronomica, quella della coltivazione della frutta e delle pesche in particolare, incoraggiata anche dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura di Brescia, diretta dal noto agronomo Antonio Bianchi, che, nella relazione del 1920, ricordava come fra le piante industriali "capaci di dare un altissimo prodotto lordo" potessero rientrare anche gli alberi da frutta. Un consiglio per la verità riportato dal professor Vittorio Peglion, Ordinario di Biologia agraria all'Università di Bologna, che ricordava agli agricoltori della collina dell' hinterland "i cospicui benefici economici che derivano ad altre regioni italiane simili alla nostra dalla coltivazione delle piante da frutto" e che verrà poi portato a Collebeato dalle lezioni impartite dal funzionario dr. Dante Gilbertini.
Frattanto il primo, timido tentativo dell'azienda ospedaliera di Collebeato, ormai soggetto leader per il resto delle proprietà locali, trova immediatamente un importante riconoscimento nel marzo del 1927, quando una lettera del Ministro dell'Economia Nazionale segnala alla presidenza degli Spedali Civili che "la Commissione tecnica giudicatrice del concorso nazionale a premi per l'impianto di frutteti di tipo industriale, bandito con Decreto ministeriale del 15 giugno 1922 mi ha proposto -e molto di buon grado ho aderito- l'assegnazione di una medaglia vermeille a favore di codesto Ospedale, quale speciale ricompensa per la partecipazione alla gara con un frutteto classificato fuori concorso, ma riconosciuto meritevole di premiazione".
Un primo successo confermato quello stesso anno 1927 dalla vittoria della Medaglia d'Argento conseguita dalle pesche di Collebeato alla Seconda Esposizione Nazionale di Frutticultura tenutasi a Massalombarda, la capitale italiana della frutta. La ragione dell'impianto di frutteti come scelta meditata e vincolata ad una visione strettamente aziendale, è dettata da precise scelte economiche, che la stessa proprietà elenca con compiacimento all'opinione pubblica:
"Il frutteto é in continuo sviluppo e in perfetta condizione di produttività. Il suo indirizzo é essenzialmente economico, speculativo come in tutte le industrie libere. Massima utilizzazione dei fattori di produzione limitati al fine economico dell'impresa: ottenere il massimo con la minima spesa. Le norme fondamentali seguite nella scelta delle piante sono state e sono: 1- abbondanza e costanza di produzione. 2- vigoria e relativa resistenza alle malattie ed alle intemperie. 3- finezza di sapore e ricchezza di zucchero nel succo. 4- coltivazione la meno costosa. 5- costante richiesta da parte dei mercati interni ed internazionali. Infanzia breve, giovinezza rapida e maturità prolungata: questa è l'ultima e la più importante delle norme seguite per la scelta".
L'introduzione dei pescheti intensivi - nella zona compresa fra Collebeato e Gussago - permette così alle statistiche bresciane di registrare significativi aumenti complessivi circa la produzione del profumato e succoso frutto: se nella seconda metà dell'Ottocento le pesche raccolte in provincia superavano appena i 2.500 quintali, il catasto del 1909 fissava la produzione a 3.900 quintali complessivi, divenuti (secondo l'inchiesta condotta dalla Camera di Commercio) circa 6.120 nell'anno 1924.
Una stima per difetto, ricordavano le stesse statistiche della metà degli anni Venti, poiché "il rapido diffondersi di questa coltura, che in qualche luogo (Collebeato) ha colmato le falle prodotte dalla filossera della vite, ci fa ritenere che la produzione del pesco sia al presente notevolmente accresciuta. Comporta altresì questa ipotesi la difficoltà di individuare molti pescheti di recente impianto". Una previsione facilmente azzeccata, poiché i quintali di pesche prodotti in provincia divengono ben 19.968 nell'anno 1927 e 22.185 quintali l'anno successivo, sotto la spinta dei quantitativi provenienti dalle piantagioni di Collebeato.
Il contributo di quest'ultimo alle produzioni crescenti è evidente: possediamo solamente i dati quantitativi comunali relativi agli anni 1927-1929, ma le cifre sono chiare. Nel 1927 i quintali di pesche prodotti complessivamente in paese sono 4.400, ottenuti da 110 piò di frutteti con una resa pari a 40 q.li per piò; nell'anno 1928 i quintali prodotti sono 4.830 (su 116 piò coltivati), mentre nel 1929 si registra una lieve contrazione, con 4.370 quintali prodotti su 115 piò a frutteto ed una resa scesa a 38 q.li per piò, indice di una annata non ottimale.
Di certo produzione e relativi redditi elevati dovettero incoraggiare la proprietà a proseguire nell'intento, estendendo notevolmente le superfici coltivate, cercando di privilegiare le varietà americane dalle forme più commerciabili. Una scelta, iniziata un decennio prima da Filippo Rovetta, che non trova però tutti d'accordo: nel 1927 la Camera di Commercio ricordando per esempio "le saporosissime pesche di Collebeato", non esita ad affermare come "in quest'ultimo paese la coltura del pesco si é fatta intensiva con importazione di varietà americane dai frutti formosi e seducenti, ma non così saporiti e profumati come gli indigeni. Inversioni di valori provocati dalla moda e dal lusso, come avvenne del pane che si pretendeva più bianco che fosse possibile, con discapito della digeribilità e del sapore".
Dal 1930 e per buona parte dell'intero decennio successivo, l'impianto di frutteti assurge a misura dell'intensità con cui l'agricoltura diviene questione di scelte agronomiche, di una vera e propria industrializzazione della produzione, che farà raggiungere alla plaga i 12-13 mila quintali di pesche prodotti annualmente durante gli anni Trenta. Non spaventano più nemmeno i calmierati prezzi o la scarsa domanda del mercato cittadino. In una lettera della Federazione dei Sindacati Fascisti degli Agricoltori di Brescia del giugno 1931, si ricorda che la vendita delle pesche prodotte a Collebeato viene effettuata "tenendo presenti innanzi tutto le condizioni del mercato della piazza di Brescia", ma se "questa non dovesse quotare con prezzi sufficientemente rimuneratori od in assenza di acquirenti", era ormai in uso procedere "all'invio su altro mercato, sia interno che estero a seconda delle richieste e delle convenzioni dei prezzi /.../ avendo sin dallo scorso anno eseguiti invii sulle principali piazze nazionali quali: Milano, Roma, Trieste, Varese, ecc. dove il prodotto é stato molto apprezzato sia per la qualità che per la bellezza del frutto. Nel corrente anno, dato il quantitativo molto rilevante di cui si verrà a disporre, /.../ si potranno eseguire le spedizioni anche su piazze estere e segnatamente su quelle di Monaco, Parigi, Londra ed in specie su quest'ultima che richiede frutta di grande bellezza".
I pescheti divengono luogo di visite per scuole e corsi di specializzazione, come testimoniano le corrispondenze dalla Scuola di Frutticultura di Lecco, dai Corsi di Giardinaggio di Como, ecc., che nei primi anni Trenta compiono stages e viaggi di istruzione per allievi ed insegnanti "ai pescheti di Colle Beato, i quali rappresentano uno dei migliori impianti frutticoli che oggi esistono".
Ma quali varietà di pesche e di frutta vengono piantate in quegli anni e da chi vengono acquistate? Gli acquisti delle piantine vengono inizialmente compiuti presso il vivaista Carlo Baracchia di Imbersago (provincia di Como) e presso il vivaio San Marco dell'Oleificio Sociale del Garda di Toscolano; le varietà dei peschi, scelte per la diversità dei periodi di maturazione, compresi fra la fine di giugno e la fine di agosto comprendono, fra i sedici in catalogo complessivamente, i tipi "Belle di Roma", "Lissaro I", "Lissaro II", "Rossone della costa", "Bonfiglioli", "Principe di Piemonte".
Una prevalenza di varietà italiane, preferite a quelle americane inizialmente introdotte dalla proprietà Rovetta e dallo stesso Ospedale Civile, che sembra per la verità dover seguire anche direttive di carattere pre-autarchico. Basta qualche anno perché la qualità delle pesche e della frutta prodotta a Collebeato varchi i confini locali, spingendo fra l'altro alla realizzazione di nuovi impianti. Nel maggio del 1934 persino agenti commerciali londinesi si fanno avanti, ed in una traduzione approssimativa viene richiesto di "discutere il lavoro con la frutta fresca durante la stagione che comincerà ed offrire i servizi per la vendita in commissione sulla piazza di Londra, nel mercato di Covent Garden, il mercato probabilmente il più importante del mondo".
Investimenti e scelte agro-colturali trovano immediati riscontri qualitativi: le pesche coltivate a Collebeato nelle proprietà degli Spedali Civili vincono nel 1936 la targa di Primo Premio alla "Mostra Interprovinciale delle pesche e di altra frutta di stagione" di Verona (la stampa parlerà pomposamente della "più bella pesca mai prodotta al mondo") ed a Milano il diploma di medaglia d'argento alla Fiera della città meneghina - sezione mostra ortofrutticola - classificandosi quarta fra le aziende lombarde. L'anno successivo, sempre nella città scaligera, alla "III Mostra delle pesche" che si svolge all'interno dell'importante Fiera dell'Agricoltura, l'azienda Sorelli e Campiani, "per il lodevole e bell'allestimento fatto", vince la Medaglia di Primo Grado dell'Ente Fiera per la sezione "Esposizioni individuali e collettive di pesche e di altre frutta di stagione effettuate da frutticultori", rinverdendo i successi di un decennio prima.
Alla qualità premiata nei concorsi ed alle fiere fanno riscontro il buon successo sui mercati e le annate forse migliori per il frutto collebeatese: nel 1937 per l'azienda Ospedaliera di Collebeato "l'impianto del pesco é mediamente nella fase della maturità e la produzione si aggira sui 220.000 chilogrammi annuali", vale a dire circa il 20% circa dell'intera produzione bresciana di quel periodo, mentre più in generale il nome del paese è ormai noto sui mercati ortofrutticoli "per la specialità di pesche fra le più rinomate d'Italia e ne vien fatta esportazione all'estero dai produttori Ospedale Civile, Rovetta Filippo, Ferrari Paola, Quaglieni Sorelle e Delbono Giuseppe".
Qualità e quantità delle pesche prodotte pongono ben presto un problema supplementare, legato alle particolari esigenze proprie del frutto (facilità di deperimento, concomitanze della maturazione, necessità di cure nell'imballaggio, ecc.) e alla specificità del commercio, dovendo da un lato contrastare la concorrenza romagnola e dall'altro conquistare mercati anche geograficamente distanti. La commercializzazione del prodotto è quindi la sfida che attende gli agricoltori ed i proprietari di Collebeato, che nelle migliaia di quintali annualmente prodotti a partire dagli anni Trenta intravedono nuove ricchezze e nuove difficoltà per superare gli ormai angusti mercati provinciali.
D'altro canto i riconoscimenti acquisiti nelle maggiori fiere ed esposizioni italiane hanno fatto conoscere la bontà della pesca locale, richiesta da diversi commercianti, mentre cresce la complessità delle coltivazioni "industriali", legate all'impiego indispensabile di fertilizzanti ed antiparassitari, unitamente alla necessità di provvedere a robusti imballaggi ed alla difesa del nome "pesca di Collebeato" come vero e proprio marchio di qualità.
Un insieme di necessità e di obiettivi che trovano nella costituzione della "Cooperativa Frutticultori di Collebeato" la sintesi e lo strumento utile al loro raggiungimento, accanto, per la verità, a ragioni più contingenti e meramente legate alla necessità di raggiungere mercati più redditizi. La commissione per la costituzione della cooperativa, nell'invitare gli altri agricoltori e proprietari all'adesione, non nascondeva la pragmaticità speculativa della decisione, in opportunità economiche che poi lo Statuto provvederà ad annacquare abbondantemente in intenti marcatamente retorico-cooperativistici.
Nel maggio del 1930 infatti l'invito alla costituzione della cooperativa firmato dalla citata commissione, ricordava gli intendimenti della società nel seguente ordine: "Necessità di aprire uno sbocco alla super produzione del suolo. Urgenza di un progressivo miglioramento nei vari raccolti per ottenere una automatica selezione dei prodotti, con cui soltanto possiamo vittoriosamente affermarci sui mercati italiani e stranieri. Inderogabile immediato bisogno di assicurarci all'uopo una mano d'opera coscienziosa, docile, intelligente ed attiva. Un Consorzio impellente anche per un'altra ragione. Una società anglo-americana sta trattando per l'esportazione italiana di fiori, ortaggi, agrumi e frutta sui mercati d'Inghilterra e del Belgio; già ottomila quintali di pesche partiranno nell'immediata estate da Mogliano Veneto per le piazze di Germania ed Olanda; e nell'anno prossimo essa acquisterebbe la produzione della zona Lombarda, specialmente la già conosciuta ed apprezzata di Collebeato. A giorni un suo delegato si presenterà fra noi e tratterà dell'argomento. Ma sarà necessario mostrargli che noi siamo già concordi, forti, solidali, animati da eccellenti volontà". Prende così forma la cooperativa di 16 produttori di Collebeato che avrà però vita brevissima, sciogliendosi nel 1936.
Nell'anno 1939, con precise pressioni da parte della Prefettura nell'ottica di un fascismo pronto all'entrata in guerra, si decide la istituzione di un concorso a premi annuale da assegnare a coloro che "raggiungono le migliori produzioni sia dal lato quantitativo che qualitativo, e che inoltre si distingueranno nelle pratiche colturali, nella diversa attività ed assiduità alle manifestazioni di carattere educativo diretto alla loro elevazione materiale e morale", cui si aggiungeva anche l'assistenza e la collaborazione per l'istituzione e la frequenza di corsi "di cultura generale, politica, sindacale" e per le manifestazioni dopolavoristiche.
L'Opera Nazionale Dopolavoro, istituisce la "Festa della Pesca", la cui prima edizione svoltasi sotto questa precisa denominazione, ha luogo nel luglio del 1940, coinvolgendo l'intero paese e ponendo al centro i cortili ed il parco della cascina ex Sorelli. Nel programma di questo "Raduno dopolavoristico Festa della Pesca", è prevista la partecipazione "di qualche migliaio di lavoratori ed un forte numero di militari del Presidio", con la rappresentazione di una commedia recitata all'aperto. La festa verrà ripetuta il 24 agosto 1941 ed il 23 agosto 1942, venendo poi sospesa negli anni del conflitto, per riprendere la tradizione nel luglio del 1948.
Dopo gli anni del secondo conflitto mondiale, che per la verità non intacca minimamente la produzione e la raccolta delle pesche, il paese torna a guardare alla valorizzazione dei propri frutteti specializzati e alla ricerca degli sbocchi di mercato. Nel 1946 e 1947 il raccolto si dimostra buono, tanto che il Sindaco del paese, Luigi Frassine, concede di buon grado ai richiedenti piccoli produttori locali la facoltà di "provvedere alla vendita di pesche in via ambulante, considerata la forte produzione di pesche di difficile smercio".
Nel 1948 a Collebeato risultano una ottantina di ettari coltivati a pescheto (dei circa 260 ettari dell'intera provincia), per una produzione che si aggira intorno ai 10.000 quintali, produzione considerata "notevole ma che può aumentare ancora, soprattutto con migliorie tecniche per valorizzare la qualità del pregiato frutto". Cifre considerevoli, se si pensa che nell'intera provincia bresciana si producono -nel 1949- 28.000 quintali di pesche complessivamente. E' tempo anche di rinverdire la tradizione della sagra delle pesche, che su iniziativa dello stesso sindaco riprende vigore in quello stesso anno 1948, voluta, spiegavano gli organizzatori del tempo, "in modo che riesca degna della tradizione delle manifestazioni precedenti e della rinomanza a cui é assunto questo Comune per la produzione della sua pregiata frutta, fra le quali tiene uno dei primi posti la coltivazione delle pesche, di cui si intendono celebrare e divulgare i pregi".
Frattanto, fra il 1947 ed il 1950 l'azienda degli Spedali Civili dà il via ad un nuovo piano di investimenti per l'impianto di nuovi pescheti, nonostante la direzione aziendale avesse più volte fatto presente "lo stato poco soddisfacente dei fruttetti, causato dalla continua moria di piante per le infezioni esistenti nel terreno (marciume radicale), con conseguente diminuzione di prodotto". Dalle cifre impiegate, ma soprattutto dalla rinnovata importanza affidata ai pescheti, par di capire che la proprietà aziendale intendesse proseguire con vigore nella produzione e commercializzazione delle pesche. Nuova importanza assumono anche i vivai aziendali, che inventari dei primi anni Cinquanta segnalano ricchi di varietà e qualità di piante e fiori.
La scarsa redditività dell'azienda, nonostante gli ingenti investimenti effettuati, oltre che la previsione di nuove opere di restauro; il diverso orientamento emerso dalle Amministrazioni ospedaliere a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta in tema di gestione del proprio patrimonio; la ricerca di denaro fresco per far fronte ai mutui accesi con la realizzazione del nuovo ospedale; le spese contabili e di gestione piuttosto elevate per le tante proprietà agricole sparse nella vasta provincia. Sono queste le ragioni che spingono gradatamente il Consiglio dell'ente alla dismissione di alcune aziende, fra cui anche quella di Collebeato.
Così, nel luglio del 1957, la Commissione Amministratrice degli Spedali Civili delibera di procedere alla alienazione dell'azienda, stilando un'accurata stima della proprietà e procedendo alla vendita nel 1959.
Oggi però la pesca è ambito importante dell'economia locale, con diversi produttori che hanno mantenuto la frutticoltura specializzata: fra Concesio, Villa Carcina e Collebeato la presenza del frutto anima con forza la tradizione e la vicenda economica locale.

Marcello Zane